La Flauta

20/05/2013
by laflauta
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Il Saggio di Musica

Per molti sta solo finendo la scuola, per altri è l’inizio della definizione delle vacanze, per altri inizia un rilassante periodo di vita all’aria aperta, movimento, cibi freschi, sole, film anni ottanta alla tv.
In realtà, non c’è niente da rilassarsi: a fine maggio ci sono i saggi. Gli stramaledetti amati saggi di musica.
I saggi sono quel momento in cui i tuoi allievi devono dimostrare che i soldi versati dai loro genitori siano fruttati, a prescindere da capacità o applicazione dei figli. Tutta la famiglia investe nelle lezioni settimanali, in denaro e tempo e spostamenti e tagliando del parcheggio, per potersi recare, con nonna e zio con telecamera al seguito, dentro un teatro/auditorium/salaconcerti ad applaudire il pulzello di casa.

I ragazzini vengono agghindati con camiciola e gilet (che non metteranno in altra occasione se non al prossimo saggio), le fanciulle con gonnellina e ballerine, e non di rado un’acconciatura fresca di parrucchiere. Hanno il loro spartito sottobraccio, studiano muovendo le dita silenziosamente su strumenti o tastiere immaginarie, perché una strana logica li induce a credere che sia fondamentale ripassare fino all’ultimo momento, ripetendosi “non mi ricordo niente, non mi ricordo niente” fino al salire sul palco e, non di rado, fermarsi dopo la prima battuta. Una legge di Murphy dice che studiare in camerino due minuti prima dell’esecuzione porta regolarmente alla stecca, ma è ancora presto per insegnargliela.

Gli allievi sono di tipologie fisse, solitamente.

L’allievo giudizioso tuttogiusto

Educato, preciso, non sempre estremamente dotato ma votato al sacrificio, studia musica secondo uno specifico planner familiare, suona tutto giusto ma sbaglia sempre lo stesso passaggio (lo sbaglierà anche sul palco) e non ha emozioni. O meglio, le ha ma solo se esce dallo schema (tipo, dimentica il libro a casa, non è riuscito a studiare, tutte cose normali in un altro ragazzino ma che per lui equivalgono ad una tragedia). La madre solitamente non parla con l’insegnante. A meno di non volersi vantare dei successi di figli (e della madre “ai suoi tempi”).
I suoi libri non sono mai sciupati, li tiene aperti con le mollette.

L’allievo dotato

…che per una strana congiuntura astrale, non studia mai una mazza. Ha la testa altrove, è disordinato, perde la concentrazione e porta l’insegnante a quasi pregarlo di ripassare a casa, un poco, ogni tanto. Ha una primavista spettacolare, che gli salva il didietro ogni volta, un buon orecchio, capacità incredibili associate a studio quasi nullo. Solitamente le ipotesi di carriera sono due: si folgora e trova il modo di studiare con piacere (sempre poco ma in modo funzionale), oppure inciampa in un saggio/concerto disastroso (per il suo standard) e molla tutto. I suoi libri sono spesso spiegazzati (arrotolati, con macchie di ogni tipo), la pagina dello studio non rimane mai aperta sul leggio. Arriva sempre, sempre, in ritardo.

L’allievo appassionato

Adora il suo strumento. Ascolta tutti i dischi, legge le biografie dei grandi solisti, studia come un matto. Ha qualche problema di ritmo, odia il sei ottavi, non è intonatissimo ne’ particolarmente sincronico con le dita. Bisogna spiegargli le cose da diverse angolazioni, perché spesso la prima spiega non funziona, ha bisogno di continui input su come studiare ogni passaggio. I libri sono pieni di annotazioni, cerchi, diesis di salvezza. Inizia lo studio e si ferma alla prima battuta per ricominciare di nuovo almeno una ventina di volte. Un diesel insomma. Fa una fatica bestia a fare ciò che l’allievo dotato fa a prima vista, ma spesso arriva molto più in là. E’ quello che arriva sempre in anticipo, talmente in anticipo che spesso studia già anche lo studio successivo. Ai saggi combina spesso mezzi disastri per l’ansia, ma alla fine è quello che più riempie d’orgoglio l’insegnante.

L’allievo perennemente giustificato

Arriva in ritardo per motivazioni nobili. E’ morto il nonno (5, 6 nonni all’anno), l’incidente davanti a casa, il contrattempo incredibile (c’è da farne una letteratura straordinaria in merito). Prima di iniziare il pezzo deve chiedere qualcosa. Qualsiasi. Quando inizia suona le prime due righe ignorando gli accidenti in chiave, o aggiungendone a piacimento. E non se ne accorge finché non lo si ferma. L’orecchio non funziona, la primavista non è un granché. Se si pone la questione “non hai studiano una cippa” ricomincia la farsa delle giustificazioni fantasiose, quindi conviene mettere a frutto quell’ora di tempo senza troppe riflessioni. Solitamente è pure un peccato, ha delle doti ma se ne frega altamente. La pagina dello studio non rimane aperta, ma a dire il vero non si ricorda mai quale sia lo studio che doveva fare per casa, quindi è ininfluente.  Al saggio va con brani semplici, studiati da settembre, ma ad ogni lezione avrà accumulato un errore nuovo che si sommerà agli altri. Dimenticherà le prove, chiederà se per favore può suonare per primo perché ha un appuntamento fondamentale. Sbaglierà ma sarà colpa di chi lo accompagna. Agli esami è sempre tutta colpa della commissione.

Preparare i saggi è un terno al lotto: devi scegliere i brani a seconda di capacità, resa, tempo. La preparazione si alterna tra spiegazione millimetrica del brano, due settimane di studio, assestamento del brano (con salvifichi tagli ed adattamenti d’emergenza), prove. C’è un momento di picco nella preparazione del brano del saggio, se si sfora di una settimana (quindi se non lo ha sufficientemente assimilato oppure se è oltre la soglia della noia nel ripeterlo) siam fregati.
La penultima settimana è quella fatidica: arriva il cazziatone. Tutte le categorie degli allievi, vuoi perché arriva la primavera e ne hanno due balle di stare a casa a studiare, vuoi perché non si rendono conto che mancano solo due lezioni, sono allo stallo. A seconda di età e di appartenenza alle suddette categorie, si insiste sulla musicalità o sul passaggio ancora insicuro o sull’ansia da dominare. Oppure si minaccia di non far fare il saggio, lasciando a casa nonna e zio con la videocamera.

Al saggio son tutti belli. Le mamme son tutte sorridenti. Le nonne son parcheggiate e spesso dimenticate lì a fine saggio. Dietro il palco, il panico. Ho pauura ho pauura, nonmiricordoniente, aspettaprofquicomedevofare, chimivoltalapagina, e in ogni angolo a provare e riprovare gli stessi passaggi, incrementando la legge di  Murphy.
Per ognuno di loro il Maestro dovrebbe stare lì a vegliarli, solo loro, con il fluido miracoloso. Salgono, e il fluido ci si prova davvero a farlo passare. Iniziano a suonare, e respiri con loro, e muovi le dita con loro, e provi telepaticamente a dirgli di prender fiato, di non correre, di non esser troppo crescenti. Spesso funziona. Quando finiscono, ti cercano mentre il pubblico applaude, e allora tu sorridi, comunque, qualsiasi cosa sia accaduta. Qualcuno scenderà dicendo “ho sbagliato tutto”, allora rispondi “non è vero, comunque non dirlo a nessuno, son segreti nostri, vai a festeggiare, ne parliamo a lezione”. Altri si dimenticheranno di te, andandosene senza salutarti. E pazienza.
Poi se ne vanno tutti, e stai lì a smontare leggii, raccogliere gli spartiti dimenticati, arrotolare cavi e traslocare amplificatori. Come l’usciere che scopa via il riso davanti al municipio, mentre tutti gli altri sono al banchetto di nozze.

Magari ti riprometti che l’anno prossimo ti sbatterai meno, niente ore di prove fuori dalla lezione, studietti per tutti e basta adattamenti e trascrizioni per fargli far bella figura, facendoti smadonnare per settimane.

Poi, gli sms:
“son andato via di corsa, ho avuto un contrattempo” (L’allievo perennemente giustificato)
“ho sbagliato tutto, scusami, la terza battuta del primo movimento e poi anche il crescendo della terza eppoi ero crescente e accelleravo e…” (L’allievo appassionato)
“ciao, la prossima settimana c’è lezione?” (L’allievo giudizioso tuttogiusto)
“ho dimenticato lì lo strumento e le parti e il leggio e la giacca?” (L’allievo dotato)
“abbiamo dimenticato lì la nonna?” (La mamma dell’allievo dotato)

Ed ogni volta assale la solitudine, l’aver fatto da madre a quei ragazzetti, tenendoli per mano in equilibrio sul pentagramma, riempiendoti d’orgoglio, con poca riconoscenza. Poi ti volti, e a fianco a te c’è il volto sorridente di chi crede ancora in te, che ti dirà grazie anche quest’anno, dopo il saggio.
Dopo che l’avrai portata a casa.
La nonna.

06/05/2013
by laflauta
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Non sto mica bene (ho bisogno di studiare)

Mi piace studiare.

Non sono mai stata una secchiona, anzi. Il minimo sforzo era il mio motto, tutto e subito, una letta la sera prima del compito in classe, grande fantasia per l’interrogazione. Gli ultimi esami della vita invece, ormai madre di famiglia, li ho fatti meglio, prendendomi tempo, facendo riassunti e schemi e mappe, appassionata delle mie materie preferite, come se prima dei 35 anni non avessi conosciuto il piacere dello studio.

La musica è sempre stata argomento diverso. Avevo creato una scaletta anche per lo studio quotidiano: venti minuti di note lunghe, poi tecnica, scale, staccato, flessibilità, almeno un’altra buona ora. Poi lo studio del repertorio, a seconda dei concerti che avevo in programma. Era vitale. Le giornate in cui il leit-motiv era “oggihounsuonodimerda” erano nerissime, come se mi fossi riempita di brufoli il viso nella notte, come se mi fosse caduto un incisivo, tutti ad un solo sguardo avrebbero visto che “hounsuonodimerda”, peggio di una crisi depressiva acuta. Che poi, il brutto suono spesso è solo la percezione aumentata, l’orecchio che chiede di più, tant’è che se non suoni per due mesi ti sembra di avere un suono bellissimo… mentre è solo che ti sei scordata cosa voglia dire “suono bellissimo” coi tuoi paramentri.

Studiare è come un allenamento: è alienante, assorbe energie e pensieri, ti ripropone limiti e paranoie, senza filtri. C’è la rassegnazione del passaggio che non esce, per il quale ti affidi al tempo, che asciuga ogni ferita e ripara ogni incertezza tecnica con la magica forza della ripetizione.

Io ho un leggio, con appeso il metronomo e l’intonatore, varie matite e cartine. Di fronte lo sgabello. Spartiti pochi, dopo tanti anni le cose quotidiane sono tutte a memoria. Il mio microcosmo.

Ora il tempo è poco. Lo studio è razionalizzato, deve ampliarsi con l’ascolto, il pianoforte, la scrittura. Spesso ho giusto il tempo per mettere a memoria i pezzi, ripassare qualche giro di accordi più caustico, fare fiato, leggere le parti.

Studiare mi manca. E’ stato il mio compagno di vita da sempre, conosco ogni dettaglio dei miei difetti, ogni meccanismo mentale che mi porta a fare una cosa o l’altra, le tonalità in cui incespico, le note in cui cresco. Una sorta di meditazione, di necessario contatto con se stessi, di bisogno primario. E quando non posso studiare, sento davvero che non sto bene.

Tipo adesso. Non mi sento proprio bene.

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22/03/2013
by laflauta
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Cosa sto facendo.

Si raggomitolò nel pullover indossato confuso, la borsa, con le cose della sua vita che spuntavan da dentro, aggrappata  sulla spalla. Sotto di lei l’asfalto rotolava sotto i suoi passi, senza che un marciapiede, una strada, un incrocio, fossero differenti. Solo strada, quella che prima o poi avrebbe esaurito i suoi pensieri.

L’occhio a terra, l’angoscia liquida che le riempiva gli occhi, la vergogna di non potersi compatire per le proprie azioni deboli.
Aveva agito quasi d’abitudine, le era tornata addosso quella debolezza, forse mista all’essere annoiata, demotivata, masochista, sbagliata. Le erano tornati addosso quei gesti, che le riuscivano così bene, così naturali da convincerla che in fondo sarebbe nata per esser così.

Sbatteva le ciglia, e nel frammento di buio tornavano le immagini della penombra, la casa di un’altra, l’uomo di un’altra. Carezze e gemiti fuori dal tempo, senza un aggancio ad una buona ragione. Nei suoi gesti, non quelli da innamorata, quelli di chi sa che non deve confonderlo con l’affetto, continuava a dirsi, di continuo, “cosa sto facendo”.
Di nuovo, il ruolo dipinto addosso dell’evasa, della criminale, della cattiva ragazza. Lo stomaco chiuso e il benessere della sofferenza dell’uccidere ciò che di buono aveva ricostruito.
Chissà cosa pensava lui. Chissà perché incastrarsi in una cosa simile, pensava alla sua vita perfetta, senza motivo di cercare altro svago sporco. Ma anche no, non ci pensava a lui. Aveva scopato con lui, aveva scopato con l’idea d’odio che ritrovava in quel gesto, odio per ciò che non era capace di diventare … pulita.
E non c’era amore, non c’era tenerezza, solo l’incontro di due solitudini insulse, senza nulla in comune, se non l’angoscia e la codardia di cercare una vita normale.
Si strinse addosso la borsa, per abbracciarsi un po’. Per un istante tutti attorno si fermarono. Le auto immobili, spente. La gente affacciata fuori dai negozi, dalle finestre dei piani più alti. Vecchi, bambini, famiglie, innamorati, abbandonati. Tutti, all’unisono, alzarono un braccio, il dito puntato su di lei.

Oscena, per non saper fuggire dalla perversione.
Sbagliata, per non aver saputo accontentarsi di un amore normale.
Condannata, perché quell’angoscia le nutriva l’anima, la teneva in vita.

Le braccia puntate come armi, alla sua consapevolezza di non saperne fare a meno, di non essere convinta che quell’amore normale andava protetto, e difeso, e premiato dal sacrificio, dalla fedeltà.
Le carezze del tradimento ancora addosso.
Attorno il mondo andava, senza accorgersi di lei. Nessun braccio alzato, se non quello della sua se’ stessa carnefice.
Riprese la strada, mise in piedi un castello di bugie a caso, sorrise al ragazzo coi fiori, si fece stringere nell’abbraccio, accolse il suo bacio. E si lacerò, per non riuscire a provar vergogna.

 

20/03/2013
by laflauta
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Tengo le unghie corte.

Tengo sempre le unghie corte. Voglio evitare la tentazione di arrampicarmi sugli specchi per giustificare i miei errori.
Non ci metto lo smalto. Non mi piacerebbe vedere del colore sulle mani, con sotto la tastiera del pianoforte, potrei confondere la dinamica.

Ci metto la crema, sulle mani. Sono sempre molto grata al loro lavoro, allora le spalmo con affetto e riconoscenza.

Mi è capitato di avere tagli profondi, o brutte storte, o contratture pericolose dopo cadute da cavallo. Le ho viste rosse di geloni, blu di ematomi, bianche ed indirizzite, abbronzate col segno degli anelli. Anelli che non porto più.

Le guardo, ora che saltellano sulla tastiera sopra le lettere, ci rivedo tutte le coccole date, gli schiaffi repressi. Le mani strette, i saluti da lontano. Il mignolo poi, in cui vedo ancora la mano di un neonato  che lo stringe forte.

Oggi queste mani le userò bene. Per farne solo carezze.

 

 

 

13/03/2013
by laflauta
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Beta Perpetuo

Ho tralasciato molte cose, in questi mesi. E’ uscito A Casa Mi Veniva, mi sono concentrata sui contenuti del sito, sui concerti e la promozione. Sono stanca, molto, e con ancora molte cose in sospeso, tutte mediamente urgenti.

Però sono contenta. Ho costruito qualcosa di onesto, sincero, niente musica ruffiana o tagliata per vendere. Sono cresciuta, mi sono “evoluta”, ho inciso un disco per dire la mia, senza mediare con altri.
Tutto quello che ho fatto prima, incisioni, progetti, collaborazioni varie, nulla era davvero così, nulla era “come voglio, come sento io”.

Il mio socio, musicista straordinario e uomo di enorme cultura e sensibilità, è stato un alter ego ideale, incredibilmente affine alle mie idee e alle mie note. Un’esperienza personale che non riesco a spiegare a nessuno.
Forse un qualcosa che a fatica riesco a spiegare anche a me stessa.
E’ diventato uno spartiacque, dalla musicista che ero prima e quella che sono ora, pur sempre in cammino e in eterna fase di studio, di beta perpetuo: mai come ora penso di aver amato tanto il mio mestiere.

copertina

 

27/12/2012
by laflauta
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Alla fine, reggi.

Avevo un amico, anni fa. Scherzando, diceva che era il mio alter ego, spiritoso, dissacrante, dongiovanni, le nostre telefonate erano spesso puro cabaret, anche se a mozzichi, per motivi di conoscenze comuni, trattavano di cose più serie e personali.
Poi una sera, uscendo da una cena con amici, ricevo una serie di sms fuori dal mondo, da gelare il sangue. Con freddo calcolo di mezzi e tempi, aveva deciso di far scendere un bel game over sulla sua vita.
Era un uomo di carattere, eh, non era un depresso, non era un debole, non era un frustrato o un codardo. S’era, e scusate il termine tecnico, rotto il cazzo. Sia della vita, che della famiglia, delle sue donne, del lavoro, chissà cos’altro. Di base, ne aveva le palle piene, ecco tutto.

Tante volte gli avevo confidato i miei guai, quelli di cui ogni tanto ora mi dimentico d’aver vissuto, ma che spesso gli amici mi ricordano, con orgoglio, d’avermi visto affrontare e superare. Cosucce pesanti, che probabilmente ero in grado di sopportare, ma che mi han portato più volte in uno stato di disperazione totale. E’ quel punto del tuo percorso in cui ti svegli e ti accorgi dello stato della tua vita, delle cose e delle persone che ci sono o non ci sono più, di cosa stai rischiando, dell’angoscia che ti toglie il respiro. Ed è uno schifo, perché non trovi uno straccio di soluzione, sembra una bolla indistruttibile ed eterna che ti toglie pian piano l’aria, la voglia di andare avanti. Ma alla fine reggi. Non vedi ne’ soluzioni ne’ futuro, ma reggi, confidi nel tempo e nella tua testardaggine.

Lo ripeto, a volte dimentico quel lungo periodo della mia vita, durato anni, non settimane; sarà che il mio attuale presente è una svolta talmente incredibile, frutto della mia caparbietà e di una buona incoscienza, che mi scordo il tragitto percorso. Non ho raggiunto fama e successo, ma ho una buona fetta di felicità di cui cibarmi, finalmente, ogni giorno.

Stasera non posso fare a meno di pensarci.

04/11/2012
by laflauta
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Il mio papà

Mio padre era un sociologo.
Mi avevano addestrato a questa risposta, quando mi si sarebbe chiesto a scuola “cosa fa il tuo papà”. Non ho mica mai saputo cosa volesse dire: sapevo che tutte le mattine andava in ufficio, in comune, dove tutti lo chiamavano dottore. Confusione nella confusione, visto che non mi sembrava fosse medico di qualcosa, ma tant’è, la mia infanzia ed adolescenza era ricolma di risposte sbrigative. La più tipica era il “No, perché di no”.

Con mio padre l’affetto era pratico. Discussioni senza guardarsi in faccia, sfide dialettiche infinite, ed a volte qualche inspiegabile apertura, alleanza improvvisa che mandava in bestia mia madre.
Era polemico, io ero polemica, ci si scambiava informazioni di base senza racconti. O meglio, io ci provavo a raccontare, in quella filiale necessità di approvazione, ma più volte facevo il gioco “…e poi ho aperto il frigo, è scappata la bicicletta e speedy gonzales si è fatto una canna nel mio salotto”. Lui rispondeva “a-ah”, ammissione inscusabile di indifferenza.

Non ho mai capito cosa volesse da me. Mi aveva sostenuta fin da piccola a suonare, portandomi a lezione due volte a settimana, neve-pioggia-vento-calura,arrivando poi in ritardo a riprendermi… e il mio Maestro allungava di altri venti minuti, per “far sentire al dottore l’ultimo studio”. Poi mi aveva spinta in conservatorio, mi aveva accompagnata ai miei concerti quand’avevo la febbre, o a dare le lezioni quand’ero incinta.
E poi, in tribunale, in quella parte della mia vita che forse ha contribuito ad ammalarlo di più.

Tant’è che un giorno gli ho dato un mio disco, “ascoltalo eh papà”, confidando in un gesto della già citata approvazione di cui ero doppiamente assetata, visto che mia madre non lo avrebbe mai ascoltato. Per la sordità, quantomeno. Macché, era pratico, si registrava ogni concerto e ascoltava pacchi di dischi ma il mio era ancora lì, nel cellophane. Ero furente. Sapevo benissimo che stava per mollarmi, ma volevo costringerlo a sentirmi suonare un’ultima volta, e vivere l’ultimo Natale con noi, con il suo adorato nipote che beneficiava del suo affetto disinibito, oltre che pratico, e che avrebbe ricevuto una mazzata tremenda con la sua dipartita.
Passeggiavo con Paolo, mesi prima, e glielo dicevo, che vedevo già tutto come sarebbe stato. Forte della mia premonizione, pretendevo che il programma fosse rispettato, con l’aspetto pratico che contraddistingueva il nostro rapporto.

Quasi obbligai mio padre a venire al concerto di presentazione del disco. Mi aveva già vista dirigere, certo, ma non musica mia. Ero emozionata, mi dicevo “è l’ultimo concerto che mi vedrà fare mio papà”, consapevole di un dolore che mi avrebbe travolta. Lui venne, mia madre mi raccontò di un suo momento di grande emozione, ma conoscendo l’aspetto melodrammatico della mia genitrice so bene che ogni sentimento è sempre stato misurato. E’ stata una caratteristica di famiglia che ho con decisione abbattuto a craniate. Tant’è che al “papà ti è piaciuto?” non ricordo il commento. Probabilmente avrà ricordato l’inaugurazione della sala, i progetti redatti da tizio e caio, la giunta di quel periodo, terminando con un “ndemo che xe tardi”.

Il patto comunque era fatto, era venuto. Ora toccava a me. Un’alba di qualche settimana dopo squillò il telefono, nel precipitarmi a casa sua per portarlo all’ospedale sentii un vento gelido di consapevolezza che mi spinse oltre, quei venti giorni successivi, quel suo calvario. Chiama il medico, porta le carte, infermiera la flebo, attenderlo fuori dalla stanza mentre dentro cercano di riportarlo di qua per un altro po’. Lo stesso vento gelido lo sentiva pure lui, ma era piuttosto inutile discuterne, meglio ragionar di cose pratiche. Venti giorni, il mondo esisteva in parte, di base c’era lui. Mi stavo sfinendo, ma sapevo si trattava di pochi giorni, lo sapevo solo io, io e lui. Avrei potuto parlargli, finalmente era lì costretto ad ascoltarmi, ma invece passavo il mio tempo a mettergli la crema sulle mani, dove le flebo scavavano d’azzurro le sue qualità di pianista, o a fargli la barba. Mai avrei pensato di far la barba a mio padre, di colpo così estremamente intimi, impensabile. Mi accorgevo di fissare le mie mani, dedicate ad abbassar tasti di un flauto, trasportate in quel contesto così profondamente diverso.

Una di quelle mattine di dolorosa routine gli scivolò una carezza. Spesso non riusciva a parlare, poteva darmi solo una carezza, come a ringraziarmi, pieno di stupore per tutto quell’affetto e quell’assistenza che temo non si aspettasse nemmeno. Io ero pratica, avevo mollato il lavoro, gestivo come potevo Gabry e scaricavo la mia disperazione in logorroiche telefonate a Paolo, per poi tornare lucidamente alla questione.

Poi mio papà ha deciso che venti giorni bastavano, senza interferire con il mio ultimo esame, due giorni dopo, e con la tesi, a fine mese. Anche io avevo previsto tutto, l’infermiera aveva il mio numero in evidenza, mi ero preparata su come dirlo a mio fratello e a mia madre, che caddero dal pero. Dirlo al Gabry è stato uno strazio che non scorderò mai.
L’ultima cosa che mio padre mi ha detto era per lui. Si preoccupava che tirassi fuori una bistecchina per quando sarebbe tornato da scuola. Pratico.

E insomma, oggi come tante altre volte, ho pensato a mio papà. Ho pensato al bisogno di sentirsi apprezzati, seguiti, ascoltati.
Ho pensato che oggi ho il raffreddore, e se fosse qui mi avrebbe portato medicine, arance e chissà cos’altro. E forse gli avrei dato il nuovo disco. Senza cellophane, stavolta.

 

10/10/2012
by laflauta
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Le regole di Robert Schumann

(Le avevo perdute. Oggi le ho ritrovate, quasi per caso, sul blog di Heinrich von Trotta, e le riporto qui. E’ l’idea di esser musicista con cui sono cresciuta, assolutamente attuali).

 

La formazione dell’orecchio è la cosa più importante. Esercitati sin dall’inizio a riconoscere note e tonalità. La campana, i vetri delle finestre, il cuculo – tenta di cogliere quali suoni producono.

Suona con diligenza le scale e gli studi di meccanismo. Ma ci sono molti che sono convinti di poter giungere ai più alti risultati solo perché, quotidianamente, per anni, passano ore a esercitarsi negli studi per le dita. Questo è un po’ come se ci sforzassimo ogni giorno di recitare l’alfabeto il più veloce possibile, e tentando ogni volta di aumentare la velocità. Impiega pure il tuo tempo in modo migliore.

Sono state inventate le cosiddette “tastiere mute”; usale pure per un po’, quanto basta per accorgerti che non servono a nulla. Dai muti non si può imparare a parlare.

Suona a tempo! La maniera di suonare di certi virtuosi è come l’andatura di un ubriaco. Non sono questi i modelli per te.

Impara prima che puoi le leggi fondamentali dell’armonia.

Non avere paura di certe parole come teoria, basso continuo, contrappunto,ecc… ti verranno incontro amichevolmente se tu fai lo stesso con loro.

Non strimpellare mai! Suona sempre con tutta la tua attenzione e non interrompere mai un pezzo a metà.

Andar lenti e correre sono errori di pari gravità.

Sforzati di suonare bene i pezzi facili; è molto meglio che eseguire in modo mediocre i pezzi difficili.

Devi preoccuparti che il tuo strumento sia sempre perfettamente accordato.

I tuoi pezzi non soltanto devi conoscerli con le dita, ma devi saperli cantare dentro di te, senza tastiera. Devi acuire la tua immaginazione sino al punto di poter fissare nella memoria non solo la melodia di una composizione, ma anche la sua armonia.

Sforzati, anche se non hai molta voce, di cantare leggendo a prima vista, senza l’aiuto dello strumento; così la precisione del tuo orecchio diventerà sempre maggiore. Ma se hai una bella voce sonora, non perdere un solo momento e coltivala, considerandola il più bel dono che il cielo ti ha dato.

Devi arrivare al punto di poter capire una musica alla sola lettura.

Quando suoni, non preoccuparti di chi ti sta a sentire. Suona sempre come se ci fosse un maestro, ad ascoltarti.

Se qualcuno ti presenta una composizione che non hai mai visto per fartela suonare, per prima cosa percorrila tutta con lo sguardo.

Se hai finito la tua giornata di lavoro musicale e ti senti esausto, non costringerti a lavorare ancora. Meglio riposarsi che lavorare senza piacere e senza freschezza.

Quando sarai più maturo, non suonare pezzi alla moda. Il tempo è prezioso. Già si dovrebbe disporre di cento vite, se solo si volesse imparare tutto quel che di buono c’è già.

Con dolci, biscotti e leccornie non si fanno crescer uomini sani. Il cibo spirituale, come quello materiale, deve essere semplice e corroborante. I maestri ce ne hanno provvisto in quantità sufficiente: attieniti a ciò che da loro ti viene.

I pezzi virtuosistici mutano con il tempo; l’agilità ha valore soltanto quando serve a fini superiori.

Non devi in alcun modo diffondere le composizioni brutte, anzi devi contribuire con tutte le tue forze a tenerle fuori dalla circolazione.

Le composizioni brutte non devi suonarle affatto, e neppure ascoltarle, a meno che ti costringano a farlo.

Non puntare mai sull’agilità, sul cosiddetto virtuosismo. In ogni pezzo tenta di produrre l’effetto che il compositore aveva in mente; di più non si deve fare; tutto ciò che va più in là è una deformazione.

Devi giungere a sentire una vera ripugnanza per qualsiasi cambiamento apportato ai pezzi dei buoni musicisti, come anche ogni omissione o qualsiasi abbellimento alla moda. Sono questi il più grande oltraggio che puoi fare all’arte.

Se devi scegliere quali pezzi studiare, chiedi il parere di chi ha più anni di te, così risparmierai molto tempo.

A poco a poco devi arrivare a conoscere tutte le opere più importanti di tutti i maestri importanti.

Non ti far trarre in inganno dagli applausi che i cosiddetti grandi virtuosi spesso riscuotono. Aver l’applauso degli artisti deve avere per te più importanza dell¹applauso del grande pubblico.

Tutto ciò che è di moda passa di moda, e se continui a coltivarlo negli anni diventerai un bellimbusto che nessuno tiene in considerazione.

Suonare molto in società porta più danno che vantaggio. Studiati bene chi ti trovi intorno; ma non suonare mai qualcosa di cui nell’intimo tu abbia a vergognarti.

Non perdere mai un’occasione di suonare insieme con altri, in duo, in trio, ecc… Servirà a darti scioltezza e slancio nel tuo modo di suonare. Tenta di accompagnare spesso dei cantanti.

Se tutti volessero essere primi violini, non riusciremmo mai a mettere insieme un’orchestra. Giudica perciò ogni musicista in rapporto al posto che occupa.

Ama il tuo strumento, ma non cedere alla vanità nel considerarlo lo strumento supremo e unico. Ricorda che ve ne sono altri, e altrettanto belli. Ricordati anche che vi sono i cantanti e che nel coro e nell’orchestra si manifesta l’aspetto più alto della musica.

Man mano che cresci, frequenta sempre più le partiture e sempre meno i virtuosi.

Suona con tutto il tuo impegno le fughe dei vecchi maestri, soprattutto quelle di J.S.Bach. Il Clavicembalo ben temperato dovrebbe essere il tuo pane quotidiano. Allora diventerai senz’altro un bravo musicista.

Fra i tuoi compagni cerca sempre quelli che sanno qualcosa più di te.

Riposati dai tuoi studi musicali leggendo con attenzione buona lettura. Vai all’aria aperta appena puoi!

Dai cantanti, uomini e donne, si possono imparare parecchie cose, ma non credere a tutto quel che ti dicono.

Anche al di là delle montagne ci sono persone che vivono. Sii modesto! Ancora non hai inventato o pensato nulla che non abbiano già inventato o pensato altri prima di te. E, se così invece fosse, lo dovresti considerare un dono del cielo, che devi condividere con altri.

Per guarirti da ogni boria e vanità, non c’è cura più rapida che studiare la storia della musica, aiutandosi con l’ascolto dal vivo dei capolavori delle varie epoche.

Un bel libro sulla musica è “Sulla purezza dell’arte musicale” di Thibaut. Leggilo spesso, negli anni che ti aspettano.

Se passi davanti a una chiesa e senti suonare un organo, entra e mettiti ad ascoltare. Se poi hai la fortuna di poterti tu stesso sedere a un organo, prova la tastiera con le tue piccole dita e rimarrai stupito dinanzi a quell’immane potenza della musica.

Non perdere mai l’occasione di esercitarti sull’organo; non c’è strumento che sappia vendicarsi con tanta prontezza di tutto quel che può esserci di impuro e impreciso sia nella musica stessa sia nel modo di eseguirla.

Cerca di cantare in coro, soprattutto le parti interne. Questo ti renderà musicale.

Ma che cosa significa essere musicali? Non lo sarai certamente, se tieni gli occhi fissi ansiosamente sulle note e così vai avanti faticosamente sino alla fine del pezzo; non lo sarai certamente, se ti blocchi e non sai andare avanti, magari perché qualcuno ti ha voltato due pagine insieme. Ma sei senz’altro musicale se riesci in qualche modo a intuire che cosa troverai più avanti in un nuovo pezzo che stai leggendo o se sai a memoria che cosa ti aspetta in un pezzo che già conosci; in due parole, se hai la musica non soltanto nelle dita, ma nella testa e nel cuore.

Ma come si diventa musicali? Caro ragazzo, la cosa più importante, come sempre viene dall’alto ­ ed è la precisione dell’orecchio, la prontezza nel percepire. Ma la nostra costituzione può essere sviluppata e rafforzata. E certamente non ci riuscirai se ti rinchiudi per giorni interi, come un eremita, a suonare meccanicamente un po’ di studi; mentre ci riuscirai senz’altro, se ti terrai in un continuo, vivo rapporto con le molteplici realtà della musica, e soprattutto se ti farai una buona pratica di coro e di orchestra.

Fatti prima che puoi un’idea precisa dell’estensione della voce umana nei suoi quattro registri fondamentali; studiali soprattutto quando ascolti dei cori, tenta di scoprire in quali intervalli essi raggiungono la loro massima forza e in quali altri possono essere usati con effetti più morbidi e delicati.

Ascolta sempre con attenzione tutte le canzoni popolari; sono una miniera delle melodie più belle e ti permettono di farti un’idea del carattere delle varie nazioni.

Esercitati sin dall’inizio a leggere nelle chiavi antiche. Altrimenti tanti tesori del passato ti rimarrebbero inaccessibili.

Osserva sin dall¹inizio il suono e il carattere dei vari strumenti; tenta di imprimerti nell’orecchio le peculiarità del loro timbro.

Non perdere mai l’occasione di ascoltare una buona opera.

Venera l’antico, ma va incontro al nuovo con tutto il tuo cuore. Non covare pregiudizi verso nomi che non hai mai sentito.

Non giudicare una composizione al primo ascolto; ciò che ti piace in un primo momento non è sempre il meglio. I maestri vanno studiati. Molte cose ti diventeranno chiare soltanto quando sarai nella piena maturità.

Quando dai giudizi su delle composizioni, distingui bene se appartengono all’arte o hanno soltanto un fine di intrattenimento dilettantistico. Alle prime dà tutto il tuo appoggio; dalle altre non lasciarti neppure irritare.

“Melodia” è il grido di battaglia dei dilettanti ­ ed è vero che una musica senza melodia non è musica affatto. Ma devi capire bene che cosa intendono quelli per “melodia”: per loro le uniche melodie sono quelle facili da ricordare, con un andamento ritmico piacevole. Ma ci sono anche melodie di ben altro genere, e ti basterà aprire Bach, Mozart, Beethoven perché ti vengano incontro nelle loro mille varietà: sicché si può sperare che presto ti verrà a noia la misera uniformità delle altre melodie, in particolare di quelle dei recenti melodrammi italiani.

Se ti metti al pianoforte cercando di costruire delle piccole melodie, è già una bella cosa; ma se un giorno quelle melodie ti verranno da sole, senza bisogno del pianoforte, rallegrati ancora di più, perché vuol dire che è vivo in te il senso interno della musica. Le dita devono fare quel che la testa vuole, non il contrario.

Se cominci a comporre, sviluppa tutto nella tua testa. Solo quando avrai in mente un pezzo compiuto, provalo sullo strumento. Se la tua musica è venuta dall’intimo e così l’hai sentita, anche sugli altri farà lo stesso effetto.

Se il cielo ti ha donato una fantasia viva, ti capiterà spesso di sedere per ore al pianoforte come incantato, e di voler esprimere il tuo mondo interno in armonie. Allora ti sentirai attratto in un cerchio magico da una forza tanto più misteriosa quanto meno chiaro magari è ancora per te il regno delle armonie. Sono ore felici della gioventù queste. Ma intanto guardati bene dall’abbandonarti troppo spesso a un talento che ti induce a dissipare forze e tempo seguendo una sorta di gioco di ombre cinesi. Il dominio della forma, la capacità di articolarla con nettezza si possono raggiungere soltanto grazie al preciso segno delle note. Preoccupati perciò più di scrivere che di improvvisare.

Tenta di procurarti non appena puoi le prime nozioni dell’arte del dirigere e osserva spesso i buoni direttori d’orchestra; permettiti pure di dirigere in silenzio insieme a loro. Ti darà chiarezza.

Abbi pratica della vita, come anche delle altre arti e scienze.

Le leggi della morale sono anche le leggi dell’arte.

La diligenza e la perseveranza ti faranno ascendere sempre più in alto.

Con una libbra di ferro, che costa pochi centesimi, si possono fare migliaia di molle da orologio, che valgono centomila volte di più. Quella libbra che hai avuto da Dio devi saperla utilizzare fedelmente.

Senza entusiasmo nulla riesce bene nell’arte.

L’arte non è fatta per conquistare ricchezze. Cerca soltanto di diventare un artista sempre più grande; tutto il resto verrà da sé.

Soltanto quando la forma di una composizione ti sarà veramente chiara, anche il suo spirito diventerà chiaro.

Forse è vero che soltanto il genio può capire totalmente il genio.

Qualcuno disse che il musicista perfetto dovrebbe essere in grado di vedersi davanti agli occhi, come sulla partitura, un pezzo per orchestra ascoltato per la prima volta, fosse anche molto complesso. Questo è il punto supremo che possiamo pensare.

Non si finisce mai di imparare.

Robert Schumann

08/10/2012
by laflauta
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Trentanove

Domani compio 39 anni.
Me lo scrivo, che ogni tanto mi dimentico la cifra, e riconto gli anni, dal 73 in poi.
Certo, qualche settimana fa sentivo il peso di quasi quattro decadi sulla schiena, perché ti accorgi dell’età solo quando devi far delle foto, o partecipare ad un matrimonio, e l’ansia di dover dimostrare d’esser bella e fresca come una ventenne, idiozia che ci inseriscono sottopelle alla nascita, annebbia l’obiettività e l’amore di se’.
Eppure il mio volto non ha ancora i graffi del tempo, non ho ancora messo su dieci chili, ho ancora fiato per tener su due ore di concerto, e otto ore di lezioni di canto. Me la cavo piuttosto bene.
Ho un ego che mi fa ombra, e sotto quell’ego conservo affettuosamente le insicurezze. Le mie più care amiche hanno una dieci anni in meno, l’altra dieci in più di me. Il mio compagno ha numerose seste napoletane in più, e continua a ripetermi che non è affatto vero che mi sopporta. Mio figlio, nell’età in cui sbuffa ad ogni proferir di verbo, chiama la mamma venti volte al giorno e la vede ancora come un essere splendido e portatore dell’assoluta saggezza e cultura. Insomma, ho un sacco di cose belle.
Forse per quello non festeggio, domani. Mica è solo domani, che dovrei festeggiare.
Ho 39 anni. Figo, 39: il 3 e il quadrato di 3. Quest’anno farò grandi, grandi cose.

18/09/2012
by laflauta
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Umilia

Vale la pena fare un disco?

Mah. In epoca in cui i dischi non si comprano, in cui la qualità dell’audio sta bene giusto come mp3 da caricare sull’Iphone, le foto te le fai con Instagram e i concerti, ah i concerti, trovarne di concerti.. Chissà cosa ci ha spinto a metter su questo ambaradan.
E che la questione meramente artistica, la scrittura dei pezzi, le prove, l’incisione, ah quello è stato facile. Facile e divertente.
Ed emozionante.

Poi è arrivato l’editing. L’editing è quella fase in cui puoi cambiare tutto, suono, note, intonazione, ritmo. Tutto. In teoria.
Perché poi lasci tutto com’è, ed esalti solo il suono, perché sta bene sia pulito, immediato, …è già perfetto così. Non è mica un disco di pop.
E ascolti le tracce, e ti emozioni. E le riascolti, e cerchi di modificarle, di esser obiettivo, ma dopo qualche ora vai in palla e non capisci più quale sia il tuo suono e quale quello suo. E non sai come spiegarlo, che lo vuoi più normale, più naturale, perché quel suono che senti dentro mentre soffi dentro un flauto, ah, vallo a spiegare a parole. A di là della poesia della cosa. Più medi, meno alti, più cupo, più avanti, meno riverbero. No aspe’… togli tutto. Daccapo.
Poi fai le foto. E pensi, ostia, non ho più vent’anni ma devo far finta di essere ancora figa come a vent’anni, che ti comprano la faccia, prima della musica. Eh. E allora spendi un patrimonio in improbabili outfit da copertina, fai le foto dal camerino per vedere come vieni. E pensi ai dettagli, e capisci che non è il tuo mestiere, tu fai il musicista, non ne capisci un tubo di look.
Poi magari fai le foto, le guardi e ti emozioni, che in fondo esprimono tanto di quello che c’è in questo disco.

Poi decidi il packaging: a due, tre ante, col booklet o senza, e una foto qui e qui i titoli. Scegli il preventivo, cerchi di trovare il giusto equilibrio tra “non spendo una cifra perché metà se lo scaricheranno col torrent” e “è un disco a cui tengo, facciamolo bene, come fossero le bomboniere”. E ti emozioni, pensando a quando ti arriverà lo scatolone con  le copie, uno dei 5 scatoloni che poi giacerà in soffitta con gli altri, ‘che tanto il disco se lo scaricheranno coi torrent, si diceva.

Ecco. Poi arriva la mazzata. Quella che ti fa passare la voglia, di scrivere musica, di registrare dischi, di smazzarti per far uscire un progetto che magari vale un pochetto di più dell’unz unz di un dj qualsiasi, che taglia e incolla campioni e chissenefotte.
Si chiama Siae. Si chiama “società che ti chiede soldi perché così ti salvaguarda i tuoi diritti come autore dei tuoi brani, sempre che tu paghi una tassa annuale, ma poi è anche uguale, che poi i soldi li devo dare ai big e non a te povero pirla”.
Quando fai il borderò a fine concerto, ci pensi, ti rode, ma amen.
Ma quando fai un disco, quando cerchi di mantener ogni spesa e poi devi dare un euro a disco alla Siae, allora ti girano le palle. Peggio, ti senti offeso, defraudato della tua musica. Suoni le tue note, tue tue, e devi pagare una tangente per poterla pubblicare. E’ un obbligo. Come se piantando le carote nel mio orto, dovessi comunque pagarle al fruttivendolo. Solo che le carote, forse, sono un poco meno nobili di una creatura artistica.

E questo no, non emoziona. Svilisce. Offende. Umilia.